Spazio ai giovani
"Scordatevi di fare quello che vi piace."
oppure
"sono le aspettative a rovinare i giovani che escono dalle università."
mi sono presa un po' di tempo di riflessione ma, con questa e altre frasi apprezzabili quanto uno spigolo contro il mignolo del piede, giorni fa ha deliziato una platea di studenti universitari un giovane Startupper al "Career Week" organizzato dalla mia università.
Lo ammetto, è stato l'unico incontro dell'iniziativa a farmi storcere il naso, portandomi a intervenire, a far notare quanto determinate cose spesso facciano crescere generazioni infelici, in un mondo che, per forza di cose, diventa infelice altrettanto.
L'intento era volutamente provocatorio. Un bagno di realtà somministrato a freddo a chi cerca ancora di ricavarsi uno spazio in questo caos che chiamiamo società e a cui viene chiesto di adattarsi, di mettersi da parte, di sacrificare pezzi per accontentarsi degli ultimi, minuscoli, cantucci che riesce a vedere.
La richiesta di diventare ingranaggio appetibile del mercato, mascherata con la menzogna della necessità di reinventarsi.
C'è un paradosso immenso in questa narrazione, l'ironia che chi annaspa non riesce a cogliere perché effettivamente triste:
proprio chi professa la cultura dell'innovazione, del rischio e del pensiero fuori dagli schemi, finisce per proporre il più grigio dei compromessi.
Viene chiesto ai giovani di essere flessibili e creativi, ma solo a patto di amputarsi delle passioni, dei desideri...
Dopo tempi di incertezza, intossicata di strade già tracciate e minuscoli cantucci indicati dal mainstream, ho scelto di studiare Filosofia, curando così una infelicità a cui non riuscivo a dare un nome.
Ho scelto l'innovazione, ho scelto di andare davvero fuori binario ed essere felice, fare quello che mi piace... Non per ingenuità o idealismo astratto, ma per il rifiuto radicale, dato dall'esperienza, di questa logica utilitaristica che riduce l'esistenza a una transazione commerciale.
Si fa qualcosa di nuovo grazie alla passione, al coraggio di dissentire da ciò che è stato già scritto, così da vivere davvero un futuro che non è eterno passato.
Il problema non sono le aspettative dei giovani, ma l'incapacità di un sistema di offrire contesti all'altezza dei loro desideri.
Un lavoro, privato della sua vocazione profonda, rimane una catena di montaggio, anche se lo si maschera con i neologismi inglesi e il tavolino da ping-pong in ufficio.
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