Divino Interiore tra Teresa d'Avila e filosofia

L’oggetto di studio principale di questo articolo, da cui è partita la mia idea di base sulla quale argomentare, è quello che credo si possa definire il testamento spirituale di Teresa d’Avila, “Il Castello Interiore”.
Teresa d’Avila, monaca spagnola dell’ordine delle Carmelitane Scalze nel periodo della Controriforma Cattolica, imprime in questo testo la forma mentis religiosa del momento storico, oltre al suo personale modo di vedere la spiritualità.
Il libro, inizialmente pensato per un pubblico di sole consorelle di Teresa, parla del viaggio di purificazione dell’anima dentro di sé, non senza sacrifici e immani sofferenze, fino al centro di tutto il proprio essere in cui, a detta della suora avilese, vive Dio stesso, Sovrano di questo Castello, immagine metaforica dell’anima.
Quest’ultima infatti, viene dipinta proprio come un Castello fatto di purissimo cristallo, formato da sette dimore. Nell’ultima e settima dimora, vive il Re, Dio.
Malgrado la purificazione e l’incontro con il Divino consista, per Teresa, nell’annichilimento della propria individualità e cozzi profondamente con la mia idea spirituale, ho trovato comunque originale, per il mondo cattolico che tende a identificare il Creatore fuori di sé, figurarlo dentro e incontrarlo in un percorso di autoconoscenza.
L’autrice parla, senza evidentemente esserne consapevole, seppur con i limiti dati dalle sue idee, di Divino Interiore. Per tale motivo vorrei fare un parallelo tra questo concetto e la filosofia stessa.
Come accennato, infatti, sebbene Teresa d’Avila inserisca il suo lavoro all’interno di un contesto principalmente mistico e teologico, l’idea di Dio che risiede nell’interiorità dell’essere umano non è appannaggio esclusivo della religione... Anzi, ha trovato profondi punti di incontro anche nella storia della filosofia, attraverso epoche e diverse scuole di pensiero.

Fin da tempi più antichi, filosofi come Platone, avevano avuto l’intuizione che, nell’animo umano, risiedesse una scintilla del Divino:
nel Fedro, per esempio, Platone parla dell’anima come realtà in origine congiunta agli dèi e destinata a ritornare alla verità attraverso un percorso purificatore.
In seguito, il neoplatonismo di Plotino riprenderà e approfondirà questo concetto, parlando di ritorno all’Uno, inteso come principio assoluto e ineffabile, mediante un sempre più profondo raccoglimento interiore.
Nella filosofia più recente, Spinoza, con la sua idea di Divinità come sostanza unica di cui ogni cosa è modalità, tende a distruggere il confine tra Creatore e Creato, lasciando intendere che, la mente umana, in quanto componente della natura, partecipi direttamente del Divino.
Per Teresa, il viaggio interiore verso perfezionamento e purificazione, è un cammino estremamente complesso, costituito da sacrifici e sofferenze, culminati nell’incontro con il Sovrano del proprio “Castello”. La sua visione è legata profondamente a Dio come principio immanente, che l’anima può trovare solo con un percorso di autoconoscenza e allontanamento dalle proprie passioni.
Attraverso razionalità e speculazione, come già abbiamo visto con Platone e Plotino, i filosofi si sono occupati ugualmente dell’interiorità e della spiritualità.
L’idea di un’unione tra anima e divino è, difatti, una costante nella filosofia occidentale.
Un esempio sicuramente degno di essere menzionato, fra gli altri, giunge da René Descartes che, pur essendo famoso per il suo radicale scetticismo, nella sua opera “Meditazione sulle verità prime”, fa intendere la divinità in quanto parte della mente umana come fondamento della conoscenza. L’atto del pensiero, di cui famosa è la sua frase “Cogito ergo sum”, richiede per Descartes una connessione con qualcosa di più alto che, nel suo caso, è Dio.
Il suo pensiero è quello di un legame con il divino immanente nell’essere umano, tanto che anche lo stesso dubbio diventa frutto della capacità di pensare e viene quindi da Dio stesso.
Immanuel Kant, invece, pur lontano dal concetto teologico del Divino, riconosce l’importanza dell’interiorità umana.
Nella “Critica della Ragion Pura” il “noumeno” è realtà ultima che non può essere conosciuta con i sensi, ma può essere resa accessibile attraverso la ragione pratica, che guida l’azione morale. Sebbene Kant non tratti esplicitamente Dio, il ruolo che dà alla ragione pratica nell’esistenza umana si avvicina al concetto di Principio Superiore.
Tanto Teresa d’Avila, quanto i filosofi che abbiamo citato e non solo, pur partendo da strumenti mistici da un lato e profondamente razionali e intuitivi dall’altro, convergono su una conclusione comune ed estremamente profonda:
la verità ultima, Dio o Principio che si voglia chiamare, abita nelle profondità di tutto il nostro essere.
Per Teresa d’Avila questo si traduce nell’immagine metaforica del Castello e di un viaggio che richiede impegno e, soprattutto, trasformazione... fin nelle stanze più profonde di ciò che siamo.
Il cammino verso il divino è sempre, in ultima analisi, un cammino verso di sé. Questo significa aprirsi a una realtà spirituale che non è fuga, ma raccoglimento, non è esteriore, ma vive nel nostro personale universo.

“Ti avverto, chiunque tu sia:

Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura,
se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori.
Se ignori le meraviglie della tua casa,
come pretendi di trovare altre meraviglie?

In te si trova, occulto, il Tesoro degli Dei.
Oh Uomo, CONOSCI TE STESSO e conoscerai l’Universo e gli Dei.”
-Oracolo di Delfi-


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