La strana marcia
L'orologio sulla torre ticchettò la
mezzanotte, suonando lieve tra le strade deserte della piccola
cittadina, perdendosi nell'aria fresca e umida di quel dicembre
malinconico.
Mary, insonne da giorni, tendeva sulla finestra il
rosario, le nocche sbiancate nell'atto di stringerlo mentre,
affacciata al vetro chiuso, tra i riflessi della luce interna,
guardava fuori, in apprensione, consumando le labbra a furia di “Ave
Maria”.
Accompagnava ogni preghiera a un tenue dondolio del
busto, come a voler dare enfasi maggiore alle parole, come a volerle
far giungere prima a destinazione.
La mezzanotte scorreva
inesorabile sulle lancette del tempo. Mary sapeva perfettamente cosa
sarebbe accaduto di lì a poco, così come era consapevole che quella
preghiera non sarebbe servita a nulla. Tuttavia, la nenia che
continuava a recitare, aveva il potere di calmarla, la corona, tra le
dita fredde, la aiutava a sperare che qualcosa cambiasse.
Sperare
appunto perché, come previsto, accadde di nuovo.
Le luci dei
lampioni, intente a illuminare flebilmente il quartiere, cominciarono
a sfrigolare accendendosi e spegnendosi più volte in successione,
fino a morire del tutto, lasciando la realtà visibile a un nero
totale, un buio desolante.
La stessa sorte toccò alla lampada sul
comodino di Mary, che finì per spegnersi senza troppi
tentennamenti.
Un'atmosfera irreale la avvolse, ma la giovane
donna sapeva perfettamente che quello era solo l'inizio.
Si agitò
improvvisamente, tremando per i sudori freddi:
“Ave Maria piena
di grazia, il Signore è con te...”
recitò febbrile prima di
cadere a terra, investita dall'energia di mille presenze.
Schiacciata
sul pavimento di pietra, gli occhi spalancati dal terrore, li vide,
formarsi dal nulla. Sagome eteree di donne, uomini e bambini
marciavano compatti, passando attraverso a tutto ciò che
incontravano lungo il cammino.
Una opalescenza tenue e bluastra
accompagnava il loro incedere... un freddo micidiale le si piantò
fin nelle ossa. Tremava, eppure non riusciva a fare a meno di
guardare.
“Tuuu oggi vieni con noi”
un bisbiglio, insinuato
nelle orecchie, fischiato, insopportabile. Piantò la testa al suolo,
cercando di scacciarlo, cominciando a urlare.
“Nooo! Per favore,
no!”
L'anima, oltre il petto e lo stomaco, smaniava per uscire.
Un dolore lancinante le invase le viscere, le pervase il cranio, fin
nei bulbi oculari.
Era acuto, martellante, nasceva nel profondo,
diffondendosi come un cancro.
Le gambe e le braccia, mosse
convulsamente, erano attraversate da una scarica elettrica dalla
sorgente ignota. Un grido, poi un gemito... Infine il silenzio, la
quiete.
Mary era in piedi, accanto al letto.
Esisteva.
Un
bambino, vestito di stracci sudici, con i piedi scalzi, le sorrise
dolcemente porgendole una mano.
Era tempo di andare... Un passo
dopo l'altro, inconsapevole, incantata da una musica soave che prima
non poteva udire.
Erano solo loro, eppure in molti. Avanzò nel
buio della notte, nella melodia di invisibili violini.
Mary
scomparve alla vista, perdendosi lontano, nel luminoso orizzonte,
oltre la casa, il tempo, lo spazio...
Non lo sapeva ancora, non in
quel momento, non mentre si apprestava a toccare le stelle, a far suo
il cielo, non mentre la musica le ottundeva la ragione riempiendola
di una gioia inspiegabile.
In quella cameretta, oltre i vetri
scuri della finestra, sul pavimento ghiaccio, giaceva un corpo,
inerte e privo di vita, gli occhi vitrei e sbarrati, gli arti immoti
e abbandonati lungo i fianchi.
Era il corpo di Mary, morto,
abbandonato come si abbandonano le zavorre, con ancora il rosario
rosso sangue tra le dita cianotiche.

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